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Brilla, brilla pipistrello!
Sarai topo o sarai uccello?
Nelle quiete della sera,
Voli come una teiera!

.{Ultime tazze riempite}.

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CarillonOfDama in Alice in Wonderland:...
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C’era un tavolo apparecchiato sotto un albero davanti alla casa, e la Lepre Marzolina e il Cappellaio Matto vi prendevano il tè: fra loro c’era un Ghiro profondamente addormentato, e i due se ne servivano come di un cuscino, appoggiandoci i gomiti e parlando sopra il suo capo. “Molto scomodo per il Ghiro” pensò Alice; “però, visto che tanto dorme, forse non gli dà fastidio”. Il tavolo era grande, ma i tre stavano pigiati in un angolo. “Non c’è posto! Non c’è posto!” si misero a gridare quando videro Alice farsi avanti. “Ce n’è moltissimo, invece!” disse Alice indignata, e si sedette in una grande poltrona a capotavola.>

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Se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io, non ne parleresti con tanta confidenza. Non gli va di essere battuto, ecco tutto. Abbiamo litigato lo scorso marzo… Fu al gran concerto della Regina di Cuori, dove io dovevo cantare. Beh, avevo appena finito la prima strofa che la Regina si mise a strillare: “Sta assassinando il Tempo! Mozzategli la testa!”. E da allora non vuol fare più nulla di quello che gli chiedo! Ora sono sempre le cinque… E’ sempre l’ora del tè.

.{Ciarlestronata}.

Era brillosto, e i topi agìluti Facean girelli nella civa;
Tutti i paprussi erano mèlacri,
Ed il trugòn strinava.

“Ma bada al Ciarlestrone, o figlio!”
Con fauci e denti ti rinserra.
Del Giuggio uccèl bada all’artiglio
E il frumio Bandafferra!

Il figlio impugna il brando vòrpido,
In cerca del mansone va;
E giunto dei Tontoni all’albero
Fermo e perplesso sta.

Qui mentre sosta in pensier bellici
L’occhidibragia Ciarlestrone.
Si sonfra nella selva tulgida,
Sbollando nell’azione!

Un, due! Un, due! E poi daccapo,
Il brando vòrpido schidiatta!
Morto il nemico, col suo capo
Galonfa alla ritratta.

“Il Ciarlestrone hai schiantato?
Qua t’abbracci, o raggioso!
Callò, Callai! Giorno fregiato!”
Quei stripetò gioioso.

.{Qual è la differenza tra un corvo ed una scrivania?}.

.Ricorda.....

.sabato, 28 novembre 2009, 15:22.

Uan Uan Uan

Stavolta, come ospite della rubrica “personaggio del mese”, un vero vip; un raro (se non unico) esemplare di cane rosa (perché è un cane rosa, vero?) amato e conosciuto in pressoché tutto lo Stivale, senza distinzioni (almeno in questo…) di confini regionali.

Sto parlando di Uan, il portabandiera di una delle nostre più famose ed ormai totalmente estinte trasmissioni per ragazzi.

Voce rauca e sinceramente fastidiosa, corpo ammantato da una folta e cespugliosa peluria rosastra, un unico sopracciglio di color rosso a creare una sorta di ostacolo a pioggia e raggi del sole, delle lunghe orecchie capaci di schiaffeggiarlo ad ogni suo brusco movimento ed una perenne scrivania a coprire eventuali parti pubiche mancanti. Questo, miei cari signori, era Uan di Bim Bum Bam.

 Oggi non esistono più (almeno in orari decenti e canali in scala nazionale) adeguate trasmissioni dedicate ai più piccoli, e gli unici cartoni animati mandati in onda dalle nostre emittenti sono ormai racchiusi in contenitori che ben poco hanno in comune con i vari Solletico, Game Boat, l’Albero Azzurro o, per l’appunto, lo stesso Bim Bum Bam.

In simili contesti è molto difficile poter dar vita (proprio per mancanza di spazio) a nuovi personaggi di gommapiuma e possiamo quindi ritenere non a torto Uan uno degli ultimi esponenti nostrani di questa razza ormai in via di estinzione.

 A differenza di quanto si possa comunemente pensare, Uan non lega immediatamente le sue sorti a quelle della trasmissione che poi lo renderà famoso (o viceversa).

Egli nasce infatti come mascotte dell’appena fondata Italia 1, nuovo canale televisivo sorto dalle ceneri della defunta Antenna Nord, acquistata nel 1983 dal gruppo Fininvest.

Su Antenna Nord, già da circa un annetto, una trasmissione chiamata Bim Bum Bam riscuoteva un certo successo.

Un po’ per sponsorizzare la nuova rete, un po’ per rallegrare ulteriormente la trasmissione, il 12 settembre del 1983, durante la prima puntata della nuova stagione di Bim Bum Bam dell’era fininvest, ad aprire le danze affianco dei conduttori Paolo Bonolis e Licia Colò c’è un buffo cane dalla rosea carnagione. Da quel momento in poi il suo destino si legherà indissolubilmente a quello del programma.

Uan (il cui nome è l’ovvia italianizzazione della parola inglese “One”, in riferimento proprio ad “Italia 1”) era al tempo doppiato da Giancarlo Muratori (sostituito, dopo la sua morte nel 1995, da Pietro Ubaldi) ed animato dal famoso Gruppo 80.

Essendo di fatto una sorta di marionetta gigante, si ritrovava ad essere perennemente relegato, come il più datato annunciatore di TG, dietro un bancone.

E’ significativo come qualche anno dopo, nella sigla del programma del 1988, al pupazzo fu concesso di apparire a figura intera, trasformato quindi in marionetta.

Il perché della scelta si dice fosse imputabile alla miriade di letterine scritte da quei piccoli telespettatori che si chiedevano perché mai il loro idolo stesse sempre dietro ad un tavolo. Le gambe, si chiedevano, le aveva?.

 Il ruolo di Uan doveva essere quello di far identificare quanto più possibile i giovani fan. Per questo era una sorta di monello inguaribile, poco avvezzo a fare i compiti a casa ed amante spropositato dei cremini.

Protagonista dei siparietti comici che la trasmissione mandava in onda tra un cartone animato e l’altro, Uan si divertiva a fare scherzi ai conduttori, prendendo in giro Bonolis per il naso, la Beillard per i dentoni ed intrattenendo i telespettatori con gag basate perlopiù su giochi di parole e battutine sfrontate.

Ma, a parte l’intrattenimento, Uan aveva un altro compito, certamente ben più importante agli occhi dei dirigenti d’azienda. A lui era infatti affidata la fatica di promuovere marchi e prodotti, naturalmente inerenti in gran parte al mondo dei giocattoli e dei dolciumi. Di tanto in tanto, anche qualche capo di abbigliamento.

Basti infatti ricordare come nei primi tempi di messa in onda del programma, questi indossasse esclusivamente magliette con targa Benetton in piena vista.

Se tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta la legislazione italiana arrivò a vietare la presenza di pubblicità all’interno delle trasmissioni per bambini, si può benissimo comprendere quanto valore potesse avere legare un proprio marchio al pupazzo più conosciuto ed amato del Paese.

Nello stesso periodo, Bim Bum Bam iniziò a vivere una netta parabola discendente e, nel suo canto del cigno, non potette che portarsi appresso anche il povero Uan.

Quando la trasmissione fu totalmente privata di ogni suo intermezzo presentato, trasformata in fatto in una semplice sigla che annunciava uno spazio televisivo caratterizzato da un insipido alternarsi di cartoni animati, il nostro amico fu costretto ad uscire di scena, sparendo così una volta per tutte dagli italici schermi.

Ufficialmente, anche se Uan e gli altri conduttori non vi apparivano più da tempo, Bim Bum Bam chiude ufficialmente nel febbraio del 2002.

 

 

Trascorrono tre anni di totale silenzio.

E’ il 30 settembre 2005 ed il conduttore Enrico Mentana sta dedicando un’intera puntata del suo talk show al “fenomeno Bonolis”. Tra le sorprese c’è proprio un cameo di un rinato Uan, intervenuto per riabbracciare dopo quindici anni il suo “Piolo” (così il pupazzo lo aveva soprannominato).

Ma qualcosa subito non quadra…Uan sembra non voler aprire bocca e, quando si decide a farlo, dà aria ad una voce quanto mai strana. Quella non è la voce di Uan! Che sia un impostore?!

Mentana non è riuscito a rintracciare Ubaldi, oppure c’è sotto qualcosa di ben peggiore?

Se consideriamo ciò che di lì a poco sarebbe accaduto, la seconda ipotesi sembrerebbe essere la più corretta.

La notte tra il 15 ed il 16 ottobre dello stesso anno, meno di un mese dopo quella strana apparizione su Canale 5, avviene un fatto increscioso. Dei loschi individui s’introducono nella Scuola di Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, dove Uan si trovava ormai a “vivere” il pensionamento all’interno di una teca, in compagnia dei suoi vecchi colleghi pupazzi Four e Five (rispettivamente mascotte anni ’80 di Rete 4 e Canale 5).

La notizia, a questo punto non sorprenderà, passò all’epoca nel silenzio più totale dei media.

Si è trattato di una vendetta per punire Uan di aver osato ritornare sul palcoscenico qualche giorno prima? Oppure la misteriosa esibizione a "Matrix" nascondeva qualche recondito segreto? Che Uan fosse allora immischiato in chissà quale pericoloso giro?

 Ora, mettendo per un momento da parte le tesi complottiste, il furto del pupazzo (di Four e Five in definitiva non è mai fregato niente a nessuno) ha comunque avuto la sua gravità.

Non si è mai ben capito se il pupazzo donato alla scuola fosse l’originale o meno (Dato che questo sembrerebbe invece essere in possesso di Manuela Blanchard Beillard, una delle storiche conduttrici), ma si sa per certo che, essendo prodotto artigianale, gli esemplari esistenti e realizzati dal Gruppo 80 possono davvero essere contati sulle dita di una sola mano.

Di quel rapimento, ancor oggi, non se ne sa nulla. I ladri non sono mai stati identificati, e sapere che uno dei beniamini della nostra infanzia (almeno della mia) possa ancora trovarsi rinchiuso in chissà quale sgabuzzino, costretto magari a soddisfare le voglie di chissà quale pervertito, procura infinita tristezza.

 Ma la storia non finisce qui…

A completare il quadro di questa serie di coinvolgimenti post “Bim Bum Bam” ci penseranno altri due episodi altrettanto discutibili…

A quanto pare dotato della mistica dote di ubiquità, Uan riappare nel maggio del 2008, all’interno de “Le Iene”, dove viene mandata in onda una sua intervista a viso coperto…

L’ipotesi del coinvolgimento in loschi affari non era quindi poi tanto campata in aria.

Ultima apparizione in ordine di tempo, qualche mese dopo, il 16 settembre del 2008, aTutti Pazzi per la Tele” condotto da Antonella Clerici.

Il canovaccio prevedeva un po’ ciò che era accaduto ai tempi di Matrix. Una carrambata per Paolo Bonolis.

Cosa c’è adesso che non va?

Stavolta mi hanno trasformato il tenero Uan, quell’innocente cagnolino che s’ingozzava di cremini, non sapeva rispondere alle domande di geometria e sognava di conquistare una bella barboncina francese, in un perverso adescatore, impegnato a far proposte oscene sia a Bonolis che alla Clerici.

Visto l’andazzo, mi chiedo, come apparirà nella sua prossima futura comparsata?

in personaggio del mese

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pensato da Cappellai0Matto


.sabato, 14 novembre 2009, 13:55.

La Pietra dei Giudei

In quel di Messina abbiamo il Duomo. O, come direbbero molti, in realtà abbiamo solo quello.

Effettivamente è un monumento che gode di un certo prestigio internazionale, per via del suo campanile meccanico che ogni giorno, a mezzogiorno in punto, sotto lo sguardo attento di centinaia di turisti, inizia un teatrale siparietto.

Accade però che, distratti dal rimbombante spettacolo di leoni rampanti e scenette semoventi ed impegnati a tenere il naso all’insù, ci si dimentichi di prestare attenzione anche a ciò che sonnecchia più in basso, soprattutto se si tratta di una piccola pietra ben mimetizzata tra le altre.

 A sinistra del portone principale del Duomo, ad un’altezza di circa tre metri si trova incastonata nella parete un blocco di pietra ben diverso per forma e colore dalle lastre circostanti. Se ci si prende la briga di avvicinarsi ed alzarsi in punta di piedi ci si accorge anche che porta impresse sul dorso delle lettere, scavate nella roccia, ormai difficilmente riconoscibili.

La dicitura recita: “Signum…. Perfidorum… Judeorum…”.

Non si sa con esattezza quale sia il reale significato di queste parole, né si comprende il perché tale blocco sia stato effettivamente murato lì dove oggi si trova. Una volta individuato può infatti apparire come un cavolo in una minestra di cipolle.

Ma, dove la storia non può arrivare, interviene la leggenda. Quel pezzo di marmo è conosciuto come la Pietra dei Giudei.

 

Ora, come in tutte le grandi città d’Europa, anche Messina (che un tempo lo era davvero) ospitava al proprio interno un ghetto, un quartiere ebraico.

Dove oggi sorge, più o meno, una scuola di ragioneria ed un cinema, nel ‘300 vi era il tempio.

Si sa poi che tra la comunità cattolica e quella ebraica non corresse buon sangue (già il “ghetto” suggerisce qualcosa, no?) e, ad onor di cronaca, era quest’ultima a dover spesso subire il giogo dell’umiliazione e della sconfitta.

Comunque, stando alla leggenda, il Venerdì Santo dell’anno del Signore 1347, un giovinetto si ritrovava a passare dinanzi la sinagoga cantando a squarciagola (innocenza o incoscienza?) il Salve Regina. Come ben prevedibile, i rabbini non apprezzarono per nulla le doti canore del ragazzetto e vissero quel comportamento come un atto di aperta sfida.

Con fare subdolo e lusinghiero pensarono bene di attirare l’incosciente (ormai ho deciso) monello all’interno del tempio e lì non gli lesinarono una bella dose di bastonate, insulti ed umiliazioni.

Se oggi sono gli extracomunitari a mangiare i bambini (ormai i comunisti son passati di moda) un tempo erano proprio gli Ebrei ad essere accusati di siffatte nefandezze.

Si dice dunque che il ragazzo fu crocifisso come Nostro Signore, naturalmente ucciso e poi gettato all’interno di un pozzo interno alla costruzione. Una pesante pietra a murarne l’apertura superiore.

 

Qui entra in scena il miracolo… Non era passata nemmeno qualche ora, che alcuni passanti iniziarono ad accorgersi che un rosso fiumiciattolo sempre più abbondante stava invadendo le strade cittadine provenendo dalla sinagoga. Furono allora avvertite le autorità che, dopo aver sfondato le porte del tempio, ritrovarono i resti del povero concittadino.

Il sangue del ragazzo aveva infatti prodigiosamente riempito l’intero pozzo, per poi continuare a serpeggiare in una disperata richiesta di aiuto al di fuori di quel luogo, teatro del delitto.

Il corpo del giovinetto (novello San Simonino) ebbe degna cristiana sepoltura, mentre i rabbini, per ordine di un magistrato direttamente inviato a Messina dalla Regina di Sicilia, Elisabetta, madre di Ludovico d’Aragona, furono condannati a morte. Le loro teste issate sugli spalti delle mura cittadine e, sotto di esse, posta una lastra con su scritto: “Marchio dei Perfidi Giudei”.

Quella stessa lastra di marmo che sarebbe stata poi, probabilmente per non dimenticare, murata nella facciata frontale della Cattedrale.

Non vi sono prove che tale avvenimento sia realmente accaduto e sulla natura di tal pietra esistono naturalmente altre versioni più accertate. Quel che è certo è che l’anno successivo, nel 1345, la sinagoga del quartiere ebraico fu sequestrato dalle autorità e convertita per differenti mansioni, mentre sulla comunità ebraica della città si scatenava un nuovo “pogrom”.

 

in in quel di messina

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pensato da Cappellai0Matto


.martedì, 10 novembre 2009, 15:20.

Alice in Wonderland: piccole e simpatiche news

Era da circa due mesetti che il postino aveva smesso di consegnare notiziole in merito alla tanto attesa “Alice in Wonderland”, nuova pellicola di Tim Burton in uscita nel marzo del 2010.

Un silenzio che era calato dopo la diffusione del primo trailer.

Stupendo, no?

Ora, finalmente, le porte dell’Underland si sono riaperte e la caccia alle più infime ed insignificanti news ricominciata.

 Le novità?

Il lunedì appena trascorso, nel sito facebook del mio esimio collega, è stato pubblicato quello che sembrerebbe essere il primo di tre nuovi poster. Gli altri due?

Le regole affinché vengano mostrati sono ferree: far raggiungere la modica cifra di 7500 preferenze alla locandina da poco postata.

Per cui, chiunque abbia facebook (anche se bisognerebbe più che altro chiedersi chi, a parte il sottoscritto, non lo abbia ancora…) è caldamente pregato di intrufolarsi nella paginetta del mio emulo e ciccare sul “I Like  del poster.

Messi insieme tutti e tre i pezzi, si dovrebbe ottenere quella prima immagine di cast già in circolo sulla rete (Già… A questo punto molto meglio lasciar perdere l’intero percorso e guardarsi direttamente il quadro completo, lo so).

Da sinistra a destra: Alice, il Bianconiglio, il Cappellaio, il Brucaliffo (qui alla sua prima apparizione), i Tweedle, la Regina Bianca e la Regina Rossa. In alto a destra anche lo Stregatto.

 Per concludere, ufficializzato finalmente il “ruolo” del mitico Christopher Lee… Sarà lo Jabberwocky.

 

Intanto ho dato un’occhiata a quello che dovrebbe essere lo script. Quel copione che al momento circola per la rete.

Inizialmente Burton aveva rivelato in un’intervista l’intenzione di voler mantenere la propria storia “in tutto e per tutto conforme all'opera di Carroll”.

Ma, al momento, tutta questa conformità non ce la vedo, anche se il tocco del genio è comunque ben evidente.

in cinema e tv, wonderland

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pensato da Cappellai0Matto


.martedì, 03 novembre 2009, 12:55.

Misteri di Halloween

 
Anche quest’anno ho deciso di trascorrere l’intera notte di Halloween in un campo di zucche (il campo di zucche più sincero, naturalmente), in attesa dell’ascesa del Grande Cocomero.
Anche quest’anno, come tutti gli altri anni, sono però rincasato infreddolito, deluso e senza aver potuto fare “dolcetto o scherzetto”.
Con passo felpato (anche se in verità non indossavo nemmeno un maglione) metto quindi piede nelle mie stanze e lo sguardo cade subito sul mio caldo e confortevole giaciglio. Un corpo estraneo vi è adagiato sopra.
Il caro vecchio orologio a muro della cucina.
Ora, dato che, a differenza di streghe e lupi mannari, gli altri coinquilini della casa sono già caduti vittima dell’Omino della Sabbia, ho pensato di rimandare la questione al giorno dopo. Ho spostato l’orologio su un mobile del corridoio ed ho messo su un horror/trash degli anni ’80 (Trolls, pochissimo horror e moltissimo trash).
 Spostiamoci di ventiquattro ore. Ognissanti si è ormai concluso.
Mentre, ancora una volta, la casa si cala a poco a poco in un tranquillo silenzio notturno, io mi sposto in bagno. Spazzolino, acqua ferrarelle, e lo sguardo corre in basso. E lì, nascosto, di nuovo lui… L’orologio della cucina!
Di chieder numi durane la giornata sulla notte prima mi era caduto di mente, ed ora eccolo lì, a ticchettarmi beffardo in faccia.
 

 
La curiosità ha avuto allora il sopravvento sull’educazione. Sveglia per tutti ed interrogatorio…
 Bisogna però fare una premessa.
E’ da circa un mesetto che la casa ospita, per ragioni certo non allegre e festaiole, un po’ di parentame, ed in questi due giorni di festa il numero è salito.
Per tale ragione, la nostra giovane nonna si è dovuta trasferire da una camera al divano (naturalmente letto) della cucina.
Per cui, nessuna obiezione sul fatto che abbia strappato via l’orologio dalla parete a causa del suo fastidioso (anzi fastidiosissimo rumore), ma perché diavolo, invece, ha pensato bene di nasconderlo stavolta dietro il cesto della biancheria sporca di uno dei bagni?

in vecchi e nuovi ricordi

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pensato da Cappellai0Matto


.martedì, 27 ottobre 2009, 16:18.

Robert Did It!

Halloween è ormai alle porte, e cosa c’è di meglio di una bella storiella da brivido per onorare al meglio tale festività?

Se poi protagonista della storia è un’inquietante bambola posseduta, beh, il dado è tratto.

 

La famiglia Otto, benestanti possidenti del Key West (regione della Florida), non avevano una buona nomea in città. A quanto pare erano un po’ troppo bigotti e dediti ad una certa superbia razziale e classista. La loro vasta tenuta era mantenuta in ordine da un buon numero di servi, trattati perlopiù come schiavi, molti dei quali originari delle Bahamas. Siamo agli inizi del ‘900.

Gli Otto avevano un figlioletto, Robert Eugene Otto, chiamato in famiglia semplicemente Gene. Questi, a causa del loro continuo viaggiare, anche oltreoceano, cresceva affidato alle cure di una balia che si mormorava si dilettasse con le pratiche voodoo.

Molti, forse un po’ troppo teatralmente, hanno parlato di una rivolta dell’intera tenuta, altri, più realisticamente, di dissidi domestici. Fatto sta che molto presto la balia entrò in dissidio con la padrona di casa e ciò si risolse, naturalmente, con un licenziamento.

Ed è qui che inizia la vera storia.

Prima di lasciare la dimora, la donna fece dono di una bambola al proprio pupillo.

Ancora una volta, per alcuni si è trattato di un ultimo gesto di affetto, per altri di un diabolico disegno di vendetta.

Sinceramente, conoscendo il proseguo della storia, propenderei personalmente per la seconda ipotesi…

La bambola, destinata a diventare presto famosa negli U.S, fatta a mano dalla stessa donna con stoffa, iuta e paglia, era stata modellata proprio sulle sembianze del giovane Gene.

Da quel momento in poi il destino del bambino si annodò indissolubilmente a quello del balocco, che fu battezzato dal piccolo proprietario  con il proprio primo nome: Robert.

Robert aveva un suo seggiolino al tavolo ove la famiglia si riuniva per mangiare, un suo posto nel caldo lettino e sedeva sempre accanto a Gene sulla carrozza che portava la signora Otto giù in città per gli acquisti quotidiani.

 Passò poco tempo prima che questa innocente relazione si macchiasse di inquietanti connotati alla Stephen King.

Dalla stanza di Gene iniziarono infatti a provenire insalubri chiacchiericci. Certo, nulla di strano nell’udire un bambino parlare con i propri balocchi, ma il discorso diventa invece più preoccupante se il bambino risponde alle proprie stesse domande con un tono di voce totalmente differente dal proprio, come se a parlare fosse in realtà qualcun altro.

Ma ai coniugi Otto a preoccupare era soprattutto il rapporto a dir poco morboso che il figlioletto sembrava ormai mostrare nei confronti del suo giocattolo. Più volte i genitori, irrompendo nella camera del figlio, restavano sbalorditi nel ritrovarlo chino in un angolo, come se fosse in punizione, mentre Robert “sorrideva” paco dalla cima della sua seggiolina.

A peggiorare la situazione anche l’abitudine sempre più frequente di Gene di rispondere con un lamentevole “Robert Did It!" (trad. è stato Robert a farlo) ogniqualvolta veniva chiamato in causa per qualche monelleria scoperta in casa. Monellerie che sembravano diventare sempre più frequenti e soprattutto gravi.

Che quel gioco infantile di “finzione” stesse andando un po’ oltre era ormai ben chiaro a tutti, ma fu solo il naturale corso della vita a permettere a Gene di allontanarsi finalmente dalla propria bambola.

L’ormai ragazzo si trasferì infatti a Parigi per studiare arte e quando ritornò ad abitare “Artist’s House” (come fu denominata da quel momento in poi la dimora degli Otto) era ormai un pittore adulto con moglie al seguito.

 Ma la storia era destinata a continuare, come la neo Signora Otto dovette presto imparare a proprie spese… Il legame tra Robert e Gene si rinsaldò nuovamente e gli strani episodi ripresero a verificarsi.

Robert fu sistemato all’interno della “Turret Room”, la stanza del terzo piano situata sull’unica torretta dell’abitazione, che aveva accolto il piccolo Gene durante l’infanzia, ed a nessuno era consentito mettervi piede.

Più di un ospite arrivò ad affermare che dalla Turret Room provenivano piccoli passettini e risatine di scherno mentre visitavano il resto della casa, e, cosa ancor più grave, più volte molti di coloro che all’epoca erano bambini testimoniarono e continuano tuttora a testimoniare di aver visto, passando davanti alla “Artist’s House” di ritorno da scuola, Robert spostarsi da una finestra all’altra della stanza. Piccoli occhi di paglia che scrutavano all’esterno.

A completare il quadro, l’estroso Robert Eugene Otto mentre da un lato dava segni di squilibrio sempre più evidenti nel suo ossessivo rapporto con la bambola, dall’altro diventava giorno dopo giorno sempre più violento nei confronti della moglie e scontroso verso il prossimo.

Come poi dirà Anne, in seguito alla morte del marito avvenuta nel 1972, una volta arrivò addirittura a lasciarla rinchiusa nello sgabuzzino del sottoscala per un paio di giorni…

Dopo la morte di Gene, la donna lasciò immediatamente la “Artist’s House” per trasferirsi a Boston e la casa fu messa in affitto. Nel contratto c’è chi giura ci fosse una strana clausola: pena l’annullamento, nessun nuovo inquilino avrebbe mai dovuto liberare la bambola Robert dalla sua prigionia in uno scatolone su nell’attico.

Anne Otto morì a sua volta nel 1976.

 

 

Oggi, Robert the Haunted Doll si trova al sicuro all’East Martello Museum, sempre nel Key Florida, dove viene esposto all’interno di una teca di vetro una volta l’anno, ogni ottobre per l’appunto. L’ala in cui si trova è forse la stanza più fredda dell’intero museo, e le luci, nonostante il direttore abbia più volte chiesto l’aiuto di elettricisti, sembrano essere puntualmente colpiti dal ballo di San Vito.

Quasi tutti i visitatori sono comunque certi di una sola cosa: l’espressione del viso di Robert pare mutare in continuazione.

Si è sempre trattato di semplice e pura immaginazione?

in folclore e tradizione

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pensato da Cappellai0Matto


.domenica, 18 ottobre 2009, 12:18.

Barrel of Monkeys

Si ritorna a scrivere in un momento nel quale pensare ad altro non può che far bene e, nel farlo, le luci dei riflettori non possono che cadere ancora una volta su un giocattolo di quella cultura oltreoceano che, bisogna ammettere, non è mai stata avara nel partorire idee sempre nuove e  interessanti.

Probabilmente (ma potrei benissimo sbagliare) l’unico “contatto” di noi italiani con il mondo delle scimmiette nel barattolo è stata (e continuerà ad esserlo) la saga animata di “Toy Story”, dove questi sgorbi e colorati primati in plastica recitano tra i giocattoli che dimorano nella cameretta di Andy.

Qualche scena le vede addirittura nelle vesti di protagoniste.

Si tratta di piccole scimmiette in plastica, le cui braccia sono disposte a forma di “S”; due uncini destinati a dar vita a lunghe catene.

 La “Botte di Scimmie” (Barrel of Monkeys) è stata creata nel 1965 dalla Lakeside Toys e pare derivi il suo nome dal popolare detto americano: “Essere più divertente di una botte di scimmie” (More fun than a barrel of monkeys).

Non si sa bene quale sia l’origine di quest’espressione che sembra apparire per la prima volta sul finire del 1800, né quale bizzarro episodio si celi dietro (si è, per far un esempio, parlato di una probabile “fonte circense”). Ma, nonostante questo, il richiamo appare abbastanza chiaro… Nessuno oserebbe infatti mettere in dubbio la comicità di una marea di scimmie impegnate a venir fuori da una botte… Un po’ lo stesso effetto dei clown in una cinquecento.

Ma, a parte Nessuno, in realtà moltissimi altri sono stati i detrattori, tant’è che ai giorni nostri il detto ha assunto una valenza negativa, del tutto sarcastica. “More fun than a barrel of monkeys” è infatti diventato sinonimo di noia e banalità. E la stessa nomea aleggia curiosamente anche sulla “Barrel of Monkeys”, nominata recentemente da alcuni sondaggi come uno dei giocattoli meno divertenti al mondo… Urgerebbe un bel casco di banane come consolazione.

 Al momento del suo esordio, il “Barrel of Monkeys” poteva in realtà vantare nomi ben diversi (prima “Barrel of Fun” e poi “Barrel-O-Fun”) e consisteva in semplici uncini di caucciù a forma di “S”. Un designe sicuramente poco simpatico per un pubblico di bambini.

Fu qui che entrò quindi in gioco il detto con scimmiette al seguito.

 Ora, lo scopo del gioco è piuttosto semplice (e data la nomea non poteva essere altrimenti). L’ardito bambino deve soltanto afferrare una delle scimmiette da dentro il barattolo e, tramite gli uncini, arpionare gli altri animaletti fino a dar vita ad un’unica catena continua. La botte contiene dodici figure.

Spezzare la catena, far cadere anche solo una delle scimmie, equivale ad una sconfitta.

Una variante vuole invece le malaugurate scimmiette scaraventate direttamente sul pavimento.

Un solo consiglio: non giocare mai al “Barrel of Monkeys” seduti ad un tavolo… In tal caso, infatti, ci si potrebbe accorgere, soprattutto se alti “cinque mele o poco più”, che tenere a mò di pendolo una catena di scimmie di plastica sempre più lunga potrebbe risultare un tantino complicato… A meno che non si posseggano degli arti allungabili sull’esempio del famigerato Ispettore Gadgets.

 

in anni 60

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.sabato, 25 aprile 2009, 11:16.

Palline Click-Clack

Click clack, click clack.
Continuiamo la carrellata dei “giochi fatali” con un post per nostalgici un po’grandicelli; protagonista uno dei giocattoli ormai passati alla storia: le palline Click-Clack.
 Sono certo che a questo punto la maggior parte di chi sta leggendo sarà impegnato a sorridere in maniera ebete, mentre sprizzi e sprazzi di ricordi inizieranno ad affollarsi nella mente (o almeno mi piace crederlo)… Click click, click clack.
 Fenomeno dell’estate 1971, e poi sopravvissuti per circa un decennio (anche se in sordida), queste pericolose palline hanno raggiunto il loro culmine del successo in pochissimo tempo dalla loro uscita, diventando una di quelle mode temporaneo che, puntuali come un orologio svizzero, cadevano sulla testa di noi bambini al sopraggiungere di ogni nuova stagione.
Non c’è stato bambino nei primi anni ’70 che non abbia avuto un paio di palline click-clack, con grande disperazione dei familiari e dei vicini… Click clack, click clack.
Caratteristica di questo giochino (o meglio “giocattolino”) era infatti il rumore assordate che il continuo scontro delle due palline che ne costituivano il corpo producevano. Da qui il nome… Click clack, click clack.
 Ma andiamo per ordine. Il giocattolo era composto da uno scheletro semplicissimo: un anello al quale erano legati con due cordicelle a “V” due palline di plastica dai vari modelli colorati (le più rare ed ambite erano quelle trasparenti), e lo scopo era quello di far sbattere tra di loro le palline effettuando delle rapide torsioni del perno. Click clack, click clack.
 Ma dove stava tutta questa pericolosità? Presto detto….
Essendo queste palline (di plastica piena e dura) legate a delle semplici cordicelle, si rischiava di farle andare a sbattere (se non si c’entrava la giusta traiettoria) contro l’ ossatura dei polsi, con conseguente insalubre effetto (estensione dell’ematoma direttamente proporzionale alla velocità ed intensità dell’impatto) . Click clack, click clack.
Ogni ragazzo che ha giocato con queste piccole diavolerie potrà testimoniare i lividi al polso, i dolori o l’indolenzimento che tale “svago” era solito procurare… Ma di fronte alla soddisfazione di vedersi più abili dei compagni a far sbattere tra di loro queste palline ad una velocità supersonica, i piccoli traumi passavano in secondo piano…O al massimo si adoperava un polsino…
Click clack, click clack.
 Ancora oggi credo sia probabile trovare questo allegro giochino in qualche bancarella o mercatino, ed io stesso ne ho trovato un esemplare qualche anno fa all’interno di un uovo di pasqua…Solo che le cordicelle erano state sostituite con delle asticine in plastica dura…
 Si è così provveduto a rendere ormai il gioco si sicuro, ma piuttosto noioso, dato che lo scontro delle palline avviene ora in maniera meccanica e monotona.
Unico punto fermo, sempre uguale nel tempo, il fastidioso click clack,click clack

in quando il gioco si fa duro

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.venerdì, 10 aprile 2009, 17:34.

Quando i conigli covano uova

Non c’è vita più ingrata di quella del Coniglietto Pasquale… Insomma, se otto bambini su dieci sanno che a consegnare i regali la Notte di Natale è Santa Klaus, e sei su dieci conoscono invece la fatina/topino dei denti, la percentuale cade in picchiata quando si parla invece del Coniglietto Pasquale. E ciò è triste, immensamente triste.
Non se lo merita proprio, anche perché un tempo non era affatto così…
Nell’Europa centrale il Coniglietto Pasquale era rispettato, giudicato secondo solo a Santa Klaus.
Il rituale era semplice e gustoso. La Vigilia del giorno di Pasqua, i bambini allestivano in un angolo appartato della loro casa dei piccoli nidi utilizzando i loro cappelli (se bambini) o le loro cuffiette (se bambine).
La notte, quella notte, sarebbe arrivato zampettando proprio lui, il Coniglietto Pasquale, e quei nidi si sarebbero ritrovati la mattina seguente ricolmi di dolciumi ed uova colorate. Naturalmente tale sorte sarebbe toccata solo ai bambini buoni…
 L’origine di donare uova durante il periodo primaverile è antichissima e possiamo rintracciarla già presso Persiani, Cinesi ed Egizi. Tutto ciò accadeva in coincidenza con l’Equinozio di Primavera, da ogni popolo e religione sempre festeggiato perché anticamera della bella stagione.
La Terra ritorna a vivere dopo un periodo di fredda morte e buio quasi perpetuo, i campi fioriscono e le messi iniziano a dare i loro frutti. Il mondo intero rinasce a nuova vita.
Questo era il compito dell’uovo, simbolo di rinascita e rinnovamento. Regalarlo era, ed è, di buon auspicio.
Durante il Medioevo erano i servi a donare delle uova ai loro padroni e con il passare del tempo l’usanza di decorarli in maniera sempre più certosina divenne parte della tradizione.
E probabilmente nel Seicento che l’uovo s’incontra con il Coniglietto Pasquale.
 Ora, se rintracciare un percorso evolutivo sull’usanza di donare uova per Pasqua è possibile, riguardo al Coniglietto Pasquale la faccenda diventa più seria. Si tratta infatti di una figura folcloristica dalle origini incerte ed ancora oggi discusse.
 Ufficialmente, il primo accenno al Coniglietto avviene in alcuni scritti tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600 in Germania. Sarà da queste terre che emigrerà in America circa un secolo dopo, al seguito di alcuni coloni provenienti dalla Pennylvania.
Questi porteranno con loro la tradizione di far costruire nidi ai bambini la Vigilia di Pasqua, in attesa che l’Oschter Haws vi depositasse all’interno le sue uova.
A tal proposito bisogna però evidenziare come il significato della parola germanica “Hase” sia “lepre” e non “coniglio”. Da qui le continue rimostranze del mio caro amico, la Lepre Marzolina, da sempre felice di poter condannare un falso storico di tale portata. In realtà, il Coniglietto Pasquale sarebbe una lepre!
 Certo, confondere una lepre con un coniglio è poca cosa di fronte alla stranezza più evidente dell’intero mito… Perché mai un coniglio/lepre dovrebbe portare un cestino (naturale evoluzione del “nido” seicentesco) pieno di uova? Da cosa nasce la relazione lepre-uova?
Esistono vari spiegazioni plausibili:
 
1) Sia l’uovo che la lepre sono antichi simboli legati ad ancestrali credenze pagane sulla fertilità. Ciò avrebbe comportato una naturale fusione in un’unica tradizione con l’avvento del Cristianesimo e della festività pasquale. L’uovo si trasforma da simbolo della rinascita ciclica della terra a manifestazione della resurrezione stessa (la vita che sgorga dal guscio). Da qui l’usanza cristiana, ancor oggi praticata, di colorare di rosso le uova in ricordo del sangue del Cristo.
 Stesso significato per la lepre, associata ancora alla resurrezione da S. Ambrogio per la sua capacità di cambiare il colore della pelliccia.
Si tratta quindi di due simboli pagani reinterpretati ed uniti dal Cristianesimo in un solo mito.
 
2) L’assonanza sarebbe da rintracciare nella strana usanza delle pavoncelle, piccoli uccelli, di deporre le loro uova non in normali nidi sugli alberi, bensì in semplici buche nel terreno molto simili a quelle scavate dalle lepri.
Secondo alcuni, ciò avrebbe sviluppato in tempi antichi la credenza che le lepri, nel periodo primaverile (quando per l’appunto “impazziscono”) fossero in grado di deporre uova.
 
3) Infine, il tutto avrebbe invece un’origine nel mito di Eostre, antica divinità germanica che era solita farsi accompagnare da lepri. Secondo le fonti in nostro possesso, la dea avrebbe salvato da morte certa un uccello le cui ali erano state distrutte dal gelo. L’animale sarebbe così stato trasformato in una lepre speciale perché in grado di deporre uova.
 Da Eostre stessa, come ci riporta il Venerabile Beda (monaco e storico inglese morto nel 735) nel suo “De Temporum Ratione”, sarebbe poi derivato il nome di “Oschter” - “Easter” – “Pasqua”, legando ancora di più a sé l’immagine della lepre alla festività.
Secondo lo studioso, l’antichissimo culto di Eostre, divinità della fertilità, era già bello che estinto con l’arrivo del Cristianesimo.
 Sull’effettiva esistenza di questa dea si discute ancor oggi, essendo la testimonianza di Beda l’unica attualmente esistente.
 
Nel 1800, sempre in Germania, veniva prodotto il primo Coniglietto Pasquale in cioccolata. Da lì in avanti è storia... Anche se, occorre dirlo, anche il nostro beneamato coniglio ha avuto i suoi problemi...

in personaggio del mese

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.sabato, 28 marzo 2009, 02:14.

Giocare con l’energia nucleare

La recente notizia del nuovo veto sull’ingresso in Europa ed U.S.A di altri giocattoli fabbricati in Cina mi ha fatto nuovamente riflettere sul perenne tema della sicurezza nel mondo dei balocchi, e su come tali problemi fossero del tutto inesistenti nel secolo passato, quando questa veniva costantemente accantonata dalle politiche di mercato.
Ed ecco così il protagonista della prima puntata de “Quando il gioco si fa duro”, al cui confronto anche le terribili palline click-clack non possono che impallidire. Stiamo parlando del fatidico “Laboratorio dell’Energia Nucleare Gilbert U-238”!
 L’ho annunciato come se si trattasse di chissà quale star internazionale , ma scommetto saranno pochissimi coloro che ne avranno realmente sentito parlare. Prima di tutto perché è stato un gioco edito in America  e commercializzato per un solo anno, ed in seconda istanza perché stiamo parlando del lontano 1950.
Pensare anche solo minimamente di poterlo ritrovare oggi sugli scaffali dei negozi di giocattoli è qualcosa di assolutamente impossibile… Sono certo che proprio quelle severe norme di sicurezza alle quale si accennava all’inizio non comprendano più la possibilità di far giocare un bambino con dell’energia nucleare…
Già…Proprio energia nucleare… In carne ed ossa… O meglio, in atomi ed isotopi (almeno credo, dato che la chimica non è mai stata il mio forte..).
 Siamo in piena guerra fredda quando A.C. Gilbert, inventore e giocattolaio americano, ha la brillante idea di commercializzare questo piccolo ma sofisticato kit, capostipite, per certi versi, del giocattolo istruttivo.
Si trattava di un’elegante valigetta al cui interno poteva essere trovato tutto ciò che serve ad un fisico nucleare per i suoi esperimenti. Tra boccette e camere a compressione, anche campioni di materiale radioattivo! <emoticon sbalordita>
 Certo, la casa di produzione ha sempre affermato che la quantità di radioattività contenuta nei campioni era bassissima, e quindi per nulla pericolosa, ma occorre ricordare che la sigla “U-238” indica proprio l’isotopo dell’Uranio, responsabile ai giorni nostri di molte gravi e mortali malattie… Che dire? Magari non ti ritrovavi una Hiroshima nel salotto, però c’erano grandi rischi di vedersi spuntare un terzo occhi al centro della fronte…
 Le giustificazioni non convincevano e così il giocattolino rimase in commercio solo per poco meno di un anno, dal ’50 al ’51.
La versione ufficiale fornita dalla compagnia di Gilbert consegnava la responsabilità del ritiro all’alto costo del “balocco” e quindi ai pochi profitti ottenuti… Non bisogna però essere un genio per capire quali fossero state invece le reali motivazioni.
 Al confronto le nostre "Skifidoll" non possono che impallidire.

in quando il gioco si fa duro, anni 50

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.domenica, 22 marzo 2009, 01:39.

Poco bat... Tanto Roberto

Nel 1989 vede la luce il primo “Batman” di Tim Burton. Qualche anno dopo, nel 1992, è la volta di “Batman Returns” e, soprattutto, della tanto decantata serie animata.
L’Italia viene invasa da una vera e propria bat-mania.
 Fu proprio allora che il sottoscritto iniziò a leggere “Batman” e scommetto di non essere stato il solo. I bat-gadget spopolavano ovunque… Cartelle per la scuola, album di figurine, giochi in scatola, cappellini e magliette.
Il declino dei vari Arlecchino, Colombina e Pulcinella intanto continuava imperterrito. Per qualche anno, a Carnevale, si potevano vedere solo piccoli bat-bambini scorrazzare per le strade in cerca di cattivi da combattere.
 Il famoso e compianto Bim-Bum-Bam si adeguava nel frattempo al trend dando spazio all’interno delle sue strisce quotidiane all’esilarante parodia di “Batroberto”, italico tarocco.
Erano i bei tempi delle trasmissioni per ragazzi, dove i cartoni animati erano intervallati da rubriche, giochi televisivi ed, appunto, parodie.
Nel 1991 “Batroberto” si unisce alle danze.

 Naturalmente, del Batman del cinema, dei fumetti e della serie animata, Batroberto non aveva nulla. Il suo scopo era quello di divertire il bambino, dando vita ad avventure comiche, esilaranti e goliardiche sulla scia del Batman di Adam West degli anni ’70.
Dietro la maschera dell’eroe c’era Roberto Wayne (Roberto Cerotti), miliardario squattrinato, aiutato, nella sua lotta contro il crimine, da Batcarlotta (Carlotta Brambilla), la “maggiordoma” con l’ossessione per i toast.
Insieme, a bordo del proprio tandem (la batmobile era infatti puntualmente dal meccanico ad ogni episodio), il Dinamico Duo doveva affrontare i più terribili criminali di Gotham Town: Jolly (Uan!), il malefico pagliaccio, il Pinguino (Ruggero Cara), la Donna Pantera (Elisabetta Spinelli) e il dott. Strange (Carlo Sacchetti), maestro d’intrugli.
Erano episodi di una decina di minuti circa, molti dei quali oggi purtroppo introvabili, anche se in una recente intervista, Roberto Cerotti ha espresso la volontà di autoprodurre dei nuovi episodi da presentare al pubblico servendosi di internet.
Solo Mastrota sembra poter resistere ad una vita di telepromozioni…

 

Per quanto mi riguarda, “Batroberto” ha pesantemente influito sulla mia giovinezza… Non sto scherzano e non sto esagerando… E’ la triste verità.
Il maggior terrore dell’eroe nostrano non era il ciuffo verde fashion del Jolly o la sigaretta perennemente spenta del Pinguino, bensì l’arte culinaria della sua cameriera. Per colazione, pranzo, merenda o cena, solo ed esclusivamente toast!
Con “Batroberto” anch’io ho iniziato a mangiare toast, ed è stata la mia rovina.
 Mia madre iniziò infatti a rendersi conto della relativa facilità con la quale i toast potevano essere preparati. Niente pentole, mestoli o acqua da bollire…. Una fetta di prosciutto, una di formaggio ed il gioco era fatto. Anzi, se si fosse provveduto a sostituire il forno ad un più comodo tostapane, il suo adorato figliolo avrebbe anche potuto fare da sè…
E così i toast sono diventati un’abitudine dalla quale mi sono disintossicato solo qualche anno fa.

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